Alzandosi lentamente, Tamaru disse…

Alzandosi lentamente, Tamaru disse:
– Cechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».
– Che significa?
Tamaru si mise in piedi di fronte a Aomame. Era più alto di lei solo pochi centimetri.
– Vuol dire che in un racconto non si devono introdurre oggetti se non sono necessari. Se in un racconto spunta una pistola, è necessario che a un certo punto della narrazione venga fatta sparare. Cechov amava scrivere racconti privi di fronzoli.
Aomame si sistemò le maniche del vestito, e mise in spalla la borsa a tracolla.
– È questo che ti preoccupa. pensi che se la pistola appare in scena, sicuramente farà fuoco.
– Assumendo il punto di vista di Cechov, sì.
– Quindi potendo vorresti evitarti di procurarmi la pistola.
– È un’arma pericolosa e illegale. Inoltre, aggiungerei che Cechov è uno scrittore attendibile.
– Ma questo non è un romanzo. Stiamo parlando del mondo reale.
Tamaru socchiuse gli occhi e guardò fisso il volto di Aomame.
– Chi può dirlo?

da: 1Q84

di Murakami Haruki

Praticare il rebetiko è un esercizio.

Praticare il rebetiko è un esercizio. Fa riscoprire gli strumenti di orientamento. Disporre di una buona penna. Arrotolarsi una sigaretta, accendersela. Distinguere tra cosa ti appartiene e cosa non ti appartiene. Rimanere in silenzio. Assentire col capo. Decidere. Infilare la giacca solo da una manica e l’altra tenerla appoggiata alla spalla come una carezza, come un abbraccio monco.

Solo che a bere e a fumare, a essere altrove si aprono crepe nel cuore. Consumare il rebetiko vuol dire rischiare. Si spalancano voragini. Ora come ora mi iniziano ad arrivare pesi. La vecchiaia dei miei, i miei destini mancati, la solitudine. É pericoloso sedersi ad ascoltare. Mettersi da soli a tiro di questa mareggiata. É una gioia che piega le gambe, che può farti cadere come un colosso di creta.

Domani mi vado a comprare scarpe e vestito per tutto quello che non sono stato.

 

da Tefteri

di Vinicio Capossela

Mi sono sempre piaciute le stazioni…

Mi sono sempre piaciute le stazioni.

Immaginare le storie della gente, immaginare il perché dei loro viaggi, le destinazioni.
C’è chi parte per lavoro, chi per diletto, chi magari parte per andare incontro ad un amore e chi invece parte per scappare da un amore che non è più, chi per ricominciare una nuova vita, chi per tornare alla vecchia.

Mi piace immaginare anche le storie, anche quelle di disperazione di quelli che nelle stazioni ci vivono.

Le stazioni sono più vere degli aeroporti, sono più sincere… le stazioni, sono alla portata di tutti.

13/05/2013

Abbandonato qui…

Abbandonato qui
tra hotel, autostrade, gente di passaggio
il peso della mia solitudine aumenta
aumenta con la consapevolezza
della tua assenza

28/04/2012 – Manosque

Ti ho sognata…

Ti ho sognata…
come spesso mi capita di fare
specialmente quando mi addormento in maniera normale
invece di svenire ubriaco in un sonno buio

Ti ho sognata…
ma questa volta, il sogno era particolarmente vivido, reale
sentivo i profumi, gli odori, i rumori che ci circondavano
era vero, era tutto maledettamente vero

Ti ho sognata…
e più il sogno prendeva forma
più in me cresceva un’ansia strana
che metteva agitazione
fino a trasformarsi in paura, in angoscia
e piano piano cominciavo a piangere

Ti ho sognata…
ed eri ancora mia
eravamo ancora noi due

Fino a quando mi son svegliato urlando, fradicio di sudore
piangendo ancora lacrime amare di quel sogno
le lacrime amare di un ricordo
che non ha fine, che non ha pace

Ti ho sognata…
mi manchi da morire
mi manchi
che mi vien voglia di morire

Ti ho sognata…

12/04/2012

Non sarà cibo per vermi…

Non sarà cibo per vermi
questo corpo marcescente
ma solo cenere al vento
sarà nulla nell’infinito

Questo corpo,
che ancora si muove
che ancora vive
che ancora respira

con una spina nel petto
con uno squarcio nel cuore

08/04/2012

Volti celati…

Volti celati
dietro finestre sporche

Occhi che guardano strade
alberi piazze
cieli tetti orizzonti

Occhi che piangono
ridono sperano

Speranze disilluse
sogni interrotti
dietro finestre sporche

Vite distrutte
corpi spiaccicati

Pozze di sangue
sul cemento della vita

06/04/2012

Annientarsi…

Annientarsi
Annullarsi
ogni sera
Avvelenarsi
piano piano
giorno per giorno
nella speranza
di abbreviare i tempi

29/03/2012

Non c’è un limite…

Non c’è un limite al dolore, pensa Ida,non c’è fine, Faustino, e a me mi sembra di non avere più lacrime, le sembra, il dolore, una cassapanca di legno scuro riempita così tanto che non si chiude più.

da Dove finisce Roma

di Paola Soriga