Ho sognato della mia bella…

Ho sognato della mia bella
m’è apparsa sopra i rami
passava come la luna
tra una nuvola e l’altra
andava e io la seguivo
mi fermavo e lei si fermava
la guardavo e lei mi guardava
e tutto è finito qui

da Lettere dal carcere a Munevvér (1947)

di Nazim Hikmet

Ci rinchiudiamo…

Ci rinchiudiamo
nei nostri gusci
per fuggire gli sguardi
per sfuggire ai giudizi
ai commenti

Ci rinchiudiamo
nei nostri gusci
per non dovervi dare spiegazioni
per non dover rispondere a domande
che non dovrebbero esser fatte

Ci nascondiamo
nei nostri gusci
perché voi non capite

Ci trasciniamo
giorno dopo giorno
in questa vita
fatta di niente

22/11/2013 – Pescara

penso che purtroppo il dolore…

[…] penso che purtroppo il dolore non possa essere condiviso con qualcun altro. Si è soli con il proprio dolore, così come si è soli quando si muore.

da Il cervello di Kennedy

di Henning Mankell

É l’alba. S’illumina il mondo…

É l’alba. S’illumina il mondo
come l’acqua che lascia cadere sul fondo
le sue impurità. E sei tu, all’improvviso
tu, mio amore, nel chiarore infinito
di fronte a me.

Giorno d’inverno, senza macchia, trasparente
come vetro. Addentare la polpa candida e sana
d’un frutto. Amarti, mia rosa, somiglia
all’aspirare l’aria in un bosco di pini.

Chi sa, forse non ci ameremmo tanto
se le nostre anime non si vedessero da lontano
non saremmo così vicini, chi sa,
se la sorte non ci avesse divisi.

É così, mio usignolo, tra te e me
c’è solo una differenza di grado:
tu hai le ali e non puoi volare
io ho le mani e non posso pensare.

Finito, dirà un giorno madre Natura
finito di ridere e piangere
e sarà ancora la vita immensa
che non vede non parla non pensa.

Istanbul 1933

di Nazim Hikmet

Giornate…

Giornate
sempre più brevi
come il tempo
che resta per vivere
per sopravvivere

sempre più brevi
come il tempo
che ci separa

05/09/2013 – Capoliveri

Ogni tanto le cala un piccolo velo sugli occhi…

Ogni tanto le cala un piccolo velo sugli occhi. É quando passa un ricordo, un piccolo fantasma, un angelo, quando affiora una rimembranza… Carlo lo sa com’è, basta un niente e si sente una spina, che diventa una lama di coltello, che diventa…

da Questa non è una canzone d’amore

di Alessandro Robecchi

Angolo tavolo ceramiche…

Angolo tavolo ceramiche
Vino bianco libro acqua
piatti che sbattono
odori profumi
fumi di piastre roventi

Sottofondo musicale
vociare famiglie discorsi
chiacchere conti soldi
contanti bancomat dolci
limoncelli grappe

Ordinazioni nuovi avventori
vecchi sapori
tracce di malumori
bottiglie bicchieri
vetro che cade
si rompe si frantuma

Pausa esco fumo
osservo contemplo immagino
umani uomini donne
famiglie storie vite vissute
vite sprecate
che si intrecciano
si amalgano
si confondono

Si consumano nel passare
degli anni dei momenti
delle ore dei minuti
dei secondi degli attimi
che non torneranno più
se non nei ricordi
nelle immagini
di foto che non sbiadiscono
non ingialliscono
non si consumano col tempo

Tempo che corre
che scorre
che non si ferma
non esita non attende
non aiuta non attenua
non risolve non consola

Il tempo
che non passa mai
il tempo
che non assolve

02/09/2013 – Capoliveri

Io non ho colpa…

Io non ho colpa
di amare tenacemente
l’ombra delle cose che furono,
di sentire l’impazienza del mistero che circonda,
e vibrare alla certezza della luce che folgora.
Io non ho colpa di restare sola
nell’ora del brindisi, del lauro, della spiga
nel cercare rifugio nell’infanzia, di ritorno da scuola,
del riemergere della tenera canzone addormentata.
Io non ho colpa di immergermi nella notte,
di sciogliermi sui tetti in una pioggia di angoscia,
di morire di vergogna per colui che si umilia,
di bruciare della febbre mortale degli ammalati,
di dolermi per le foglie calpestate dell’autunno,
di gemere tra i rami e ruggire nel vento.
Io non ho la colpa di essere una particella
del corpo della pena, del coraggio,
del sogno dell’amore per l’eterna tristezza degli uomini.
Ho la colpa a di riunire nei miei versi il dolore,
somma delle amarezze che rimordono e accusano,
di questo ho colpa.

di Matilde Kirilovsky

“Ma perché?” mi chiedo…

“Ma perché?” mi chiedo, inutilmente. Non c’è mai un perché, o meglio, ce n’è uno solo: il mal di vivere. La fragilità.
Ci sono persone troppo fragili, ed è proprio questa la loro debolezza, ma anche la loro bellezza: un’immensa fragilità, quasi fossero fatti di cristallo, così trasparenti e luminosi, ma difficili da maneggiare, anche per gli altri. Non resistono agli urti della vita, agli ostacoli, agli ammaccamenti, alle cadute. É per questo che Yusuf si è ucciso? Forse, ma le spiegazioni del dopo sono inutili. Il mal di vivere ti afferra alla gola, ti avvelena lentamente; quando prendi i sonniferi, quando ti butti dalla finestra, quando scegli il buio, in realtà ti sei già ucciso piano piano, migliaia di volte.
La morte, allora, è una liberazione.

da Rosso Istanbul

di Ferzan Ozpetek

 

Amore, Che cos’ho imparato sull’amore?…

Amore, Che cos’ho imparato sull’amore? Quello che ho imparato sulla’ amore è che l’amore esiste. O forse, più semplicemente, quello che ho imparato e imparo sull’amore è quello che racconto nei miei film. E cioè che non dimentichiamo mai le persone che abbiamo amato, perché rimangono sempre con noi;qualcosa le lega a noi in modo indissolubile, anche se non ci sono più.
Ho imparato che ci sono amori impossibili, amori incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati. Ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice: meglio l’incendio che un cuore d’inverno. Ho imparato, e in questo ha ragione mia madre, che è possibile amare due persone contemporaneamente. A volte succede: ed è inutile resistere, negare, o combattere.
Ho imparato che l’amore non è solo sesso: è molto di più. Ho imparato che l’amore non sa né leggere né scrivere. Che nei sentimenti siamo guidati da leggi misteriose, forse il destino o forse un miraggio, comunque qualcosa di imperscrutabile e inspiegabile. Perché, in fondo non esiste mai un motivo per cui ti innamori. Succede e basta. É un entrare nel mistero: bisogna superare il confine, varcare la soglia. E cercare di rimanerci in questo mistero, il più a lungo possibile.

da Rosso Istanbul

di Ferzan Ozpetek